Una questione mai sopita. Il cinema italiano è vivo o è morto?

Da anni gli addetti ai lavori non fanno altro che discutere, nella stampa specializzata e quotidiana, se
il nostro cinema tricolore sia in crisi oppure no, addensando il sospetto che il celebre aforisma di Ennio Flaiano, “Gli italiani sono bravi a piangersi addosso”, abbia un fondo di verità.

Personalmente chi firma questo articolo ritiene che il cinema in lingua italiana (non credo alla distinzione
tra cinema francese o italiano o americano, il cinema è il cinema, punto) sia un malato che si regge bene in piedi.
Negli ultimi anni abbiamo portato a casa un paio di successi grazie a cineasti, tutti appartenenti (sarà un caso?) alla generazione degli anni ’70. Detto en passant, anche in campo letterario, abbiamo guadagnato le pagine dei giornali americani grazie ad uno scrittore nato nel ’69 che risponde al nome di Antonio Scurati, di cui spero presto potrò in modo più approfondito parlare in questo blog.

Il problema principale dell’industria che un tempo era la più potente del mondo è la scarsa propensione a prendersi dei rischi, oltre a gravi lacune a livello politico. Spesso chi occupa le poltrone ministeriali, deputate ad erogare i finanziamenti ai film, mostra una scarsa conoscenza della materia cinematografica che – fortunatamente – come ha ben scritto Tarantino in “ Cinema Speculation” ha assunto ormai da anni una validità accademica.

Clamoroso è il caso, giusto per rimanere in tempi recenti, del bel film della Cortellesi, che ha respinto i finanziamenti dalla commissione spettacolo, salvo poi guadagnare una cospicua quantità di denaro che sicuramente avrà fatto bene alle casse del nostro cinema, producendo ricchezza e lavoro. Nonostante la
delusione della mancata vittoria di Garrone, il cinema del Belpaese sforna ancora professionisti dell’audiovisivo stimati all’estero. Giusto per non citare il solito Sorrentino e i premi Oscar, pensiamo ad un filmaker come Guadagnino e al suo bravissimo montatore Walter Fasano, due esempi di professionalità usciti da studi di cinema solidi, capaci di aver oltrepassato i confini nazionali. Mi piace qui ricordare un cineasta come Matteo Vicino, autore di Lovers, uno dei film italiani più premiati all’estero (America, Portogallo, Londra), ma che ha avuto concesso spazio nelle sale per soli sette giorni.

Ciò che manca, in ultima analisi, è il coraggio e la volontà dei produttori di investire sulle nuove leve, che spesso fanno una fatica boia per far arrivare la loro opera prima in sala e purtroppo spesso sono costretti a fermarsi a quell’unico opus. Di fatto un capitale intellettuale con delle storie da raccontare viene isolato, con il risultato che questi nostri artisti per guadagnarsi la pagnotta, nell’impossibilità di fare un secondo film, finiscono con l’insegnare in scuole private che, a loro volta, prendono allievi che difficilmente troveranno lavoro.

La sensazione sgradevole è che se non fai parte del cinema romanocentrico e non coltivi le pubbliche relazioni – se vuoi fare il regista – è molto probabile che si finisca ad inseguire un produttore che non si fa trovare mai, come nel divertente racconto “Penna cercasi” di Woody Allen, contenuto nell’antologia Pura anarchia, dove un magnate della settima arte, pur di non farsi trovare dagli aspiranti sceneggiatori, ogni volta cambia hotel registrandosi con uno pseudonimo.

La speranza, destinata almeno a parere di chi scrive, è che i successi di film come La stranezza e dell’opera
prima della Cortellesi indichino una direzione. Il pubblico c’è e non è vero che vuole assistere solo ad un unico genere di storie. Proviamo a ripartire, il cinema ha registrato la storia del nostro Paese e il mutamento antropologico degli italiani. Bisogna difenderlo.

(Francesco Graziano)

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